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mercoledì 11 marzo 2009

Economia: quando le stime non prevedono la recessione

Revisioni al ribasso, target di crescita errati. I modelli di previsione non funzionano? E poi: hanno ancora rilevanza? Le risposte, e le critiche, degli esperti.

Anticipazioni sbagliate. Valutazioni "sballate". Revisioni delle stime che seguono revisioni delle stime. È la storia recente delle previsioni sulla crescita economica. Basta ricordare quella sul Pil Usa nel quarto trimestre 2008: doveva calare del 3,8%, il dato finale è stato di un crollo del 6,2 per cento. Un caso isolato? Assolutamente no e per rendersene conto basta dare un'occhiata ai numeri: a gennaio dello scorso anno, cioè quando lo tsunami subprime aveva colpito già da 8 mesi, il consensus sul Pil 2008 dell'Italia era ancora per un incremento dell'1,2 % (+1,8% quello sull'area Euro).

Ad aprile si assiste alla limatura delle previsioni: il consensus parla di una crescita dell'1,5% nell'area Euro e un + 0,6% per il Belpaese. Tre mesi dopo, a luglio, la storia si ripete ma con una sorpresa. In Eurolandia, addirittura, si ri-alzano le stime: il Pil a fine anno? Dovrebbe salire dell'1,6 per cento. L'Italia, invece, resta fanalino di coda con un incremento dello 0,4%. Ce n'é abbastanza? Certo che no. A ottobre torna il "pessimismo" sull'Europa: crescita solo dell'1,2%; nella Penisola, invece, la congiuntura sarà piatta. A gennaio 2009, la previsione 2008 per l'area Euro è dello 0,9% mentre in Italia siamo ad un calo dello 0,5 per cento. Alla fine, storia di questi giorni, il consuntivo sul 2008 è il seguente: il Pil 2008 in Italia è negativo per un punto percentuale mentre in eurolandia la crescita è dello 0,7 per cento.

Insomma, la storia è una continua sforbiciata al consensus, che riguarda anche le principali istituzioni di previsione. Giocoforza, sorgono le domande: come mai tutti questi errori nelle stime? E poi: è una situazione imprevedibile, o sono i modelli alla base delle previsioni non così efficienti? Ancora: alla fine, servono realmente a qualcosa? Il Sole24ore.com ha tentato di analizzare lo spinoso tema.






Previsioni mancateGià, perché le stime non hanno previsto il crollo? «I modelli previsionali - risponde Luigi Campiglio, professore di politica economica all'Università Cattolica di Milano- funzionano all'interno di un determinato "regime". Cioè, quando esiste un trend delineato che, seppure caratterizzato dai cicli economici, vanta una tendenza di fondo sul lungo periodo. Se questo regime cambia, come accade ora, è difficile cogliere i punti di svolta». Un esempio può aiutare a capire meglio. Esistono modelli previsionali, cosiddetti strutturali, che definiscono il futuro basandosi sul ripetersi, nel passato, di un certo andamento dell'economia (regolarità storiche) in presenza di certi rapporti tra le variabili economiche. Per esempio: individuata una determinata propensione al consumo (o al risparmio) delle famiglie, si può individuare, confrontandola con un mix di altre regolarità storiche, una probabile evoluzione dell'economia. «Ebbene - dice Campiglio - a gennaio la propensione marginale al risparmio delle famiglie americane, da sempre negativa, è incredibilmente balzata al 5 per cento». C'è, insomma, un fatto nuovo, eccezionale che è tra le cause del cambiamento di regime. E, giocoforza, la vita del modello previsionale si complica. Alla fine si può dire che, nonostante la complessità e raffinatezza del modello, il fatto di "guardare" al passato per interpretare il futuro crea il problema: se nel passato una situazione non si è mai verificata (o solo in rari casi), la regolarità economica non viene individuata. «In presenza di sviluppi eccezionali - ha detto in un intervento il vicedirettore generale di Bankitalia, Ignazio Visco - tali da costituire un momento di discontinuità con il passato, viene a mancare la regolarità statitistica di riferimento». Ma non è solo questione di nuovi eventi. C'è anche la carenza «nel rappresentare - spiega sempre Visco - gli aspetti che maggiormente contano nell'attuale crisi», cioè: in che modo l'epidemia si è trasmessa dai mercati finanziari all'economia reale. Le tensioni sul mercato interbancario e la difficoltà delle banche a raccogliere crediti hanno schiacciato gli investimenti delle imprese e i consumi delle famiglie: «Una situazione - commenta Luca Paolazzi, direttore del centro studi di Confindustria - mai considerata in profondità dai modelli di previsione».


Fonte:/http://www.ilsole24ore.com/